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Il 10 dicembre il Palais Omnisports Bercy di Parigi inizia ad animarsi prima dell'alba in vista del concerto dei Placebo. Fans da tutta Europa (e non solo) accorrono per assistere a quello che sarà senza alcun dubbio uno spettacolo da togliere il fiato, memori dello storico concerto del 2003 tenutosi nello stesso palazzetto.


Dopo quasi vent'anni di attività i Placebo, nonostante le critiche che da sempre li accompagnano si confermano un gruppo in grado di smuovere migliaia di persone, offrendo loro uno spettacolo di musica ed emozioni in grado di placare, e contemporaneamente esaltare, ogni singolo animo.

 

Il loro settimo albumLoud Like Love, uscito a settembre, è un lavoro che conquista sin da subito, ma che si impara ad apprezzare davvero dopo alcuni ascolti. Questo disco, logica evoluzione di Battle for the sun, si inserisce con coerenza nel loro percorso musicale, e vuole essere un insieme di dieci racconti sull'amore, in tutte le sue forme e infinite sfaccettature: agape, eros, amore per stessi, amore come compassione e gratitudine, come rabbia, gioia e orgoglio. Certo non manca, come d'obbligo, il singolo con la “S” maiuscola quale Too many friends, che forse non rende troppa giustizia in quanto presentazione del disco nella sua totalità.

 

L'attenzione che il trio inglese dedica alle sfumature, ai dettagli lirici e musicali, fa di ogni canzone un intero mondo che si amplifica ulteriormente durante i live. Nonostante i Placebo non siano conosciuti per spettacoli grandiosi e magnificenti, i loro concerti sono momenti in cui si gode di ottima musica eseguita con cura e passione. Non sono un gruppo che ha bisogno di particolari fronzoli o attitudini per comunicare con il pubblico, e questo è stato spesso motivo di critiche, ma in fondo è un po' la loro firma: è sufficiente la loro musica, la loro elegante intensità e passione per dar vita ad un concerto fatto di “dettagli luminosi” da scoprire e a cui abbandonarsi.

 

Dopo l'apertura dei cancelli e la canonica corsa verso la prima fila il palazzetto di Bercy si riempie velocemente. Aprono la serata i Toy, gruppo inglese molto promettente, che rievoca con abilità la neopsichedelia degli anni Ottanta “alla New Order”. Fanno poi la loro entrata in scena, accolti da un pubblico il cui entusiasmo fa tremare Bercy, Brian Molko, Stefan Olsdal e Steve Forrest insieme a Fiona Brice (violino), Nick Gravilovic (chitarra) e Bill Lloyd (tastiera e basso). Avvolto da schermi in cui sono proiettate immagini che evocano i singoli brani cambiando ritmo, colori e forme, il gruppo inizia il concerto. Durante alcuni brani cala un telo trasparente tra palco e pubblico, rendendo ancora più suggestiva e teatrale l'esecuzione degli stessi.

 

Una notte particolare quella di Parigi, che ha celebrato il compleanno di Brian Molko con tanto di doveroso coro di Joyeux Anniversaire guidato dal bassista Stefan Olsdal.

 

Insieme ai brani dell'ultimo album non mancano i grandi classici Every you every me, Special K e The bitter end, in cui il pubblico si scatena senza ritegno da decenni con la stessa vitalità ed entusiasmo; la scaletta è molto particolare, dal taglio fortemente rock ed energico.Purifycon i suoi sensuali giri di basso e Post-blue scatenano il pubblico, mentre la loro interpretazione di Running up that hill di Kate Bush crea un'atmosfera si sospensione e incanto.

 

Emblema della serata è stato sicuramente Speak in tongues (brano tratto da Battle for the sun): migliaia di persone gridano all'unisono “we can build a new tomorrow, today”, provocando un prolungato sorriso di soddisfazione in Brian Molko, che posa il suo sguardo da una parte all'altra del pubblico quasi a volerlo contenere tutto negli occhi; in quel momento di tale condivisione ed empatia sembra davvero possibile costruire un “nuovo domani” grazie all'immenso potere della musica.

 

I Placebo sono un gruppo che ancora riconosce (con una certa umiltà) il brivido che si prova a salire su un palcoscenico. Nonostante i naturali cambiamenti a cui il gruppo è andato incontro nel corso di questo ventennio, rimangono invariate l'energia e le emozioni che riesce a trasmettere con disarmante sincerità e passione.

 

Corinne Chinnici, Torino.

 

“L 6 d’Via Cuni”,  “Serenata ciÔcatÔna”, “Matilde Pellissero”, “Sangon Blues”, “Avere un amico”.

Viva la Radio! Network saluta Gipo Farassinio, protagonista della canzone popolare piemontese e figura di prestigio nel panorama autoriale italiano.

 

Morto lo scorso 12 dicembre a Torino, nasce nel quartiere Barriera di Milano nel 1934, dove imparando a suonare contrabbasso e chitarra, lancia la carriera agli inizi negli anni Sessanta. Interprete folk ed autore di canzoni sul dopoguerra operaio, raggiunge il successo nel 1968 con il celebre “Aver un amico”. Una produzione Fonit Cetra, lancia “Non piangere Maria”, brano in concorso alla rassegna “Un disco per l’estate” nel 1970.

 

Di questi anni i successi “Uomini, bestie e ragionieri” (Polydor), “La patria cita” e “Guarda che bianca luna”. Sono circa 40 le produzioni, tra inediti e raccolte, di una carriera intensa, che parte dalla musica, passa per il teatro, giunge in Politica e torna all'inizio.

 

Gli anni Ottanta sono cinema “La bottega del caffè”, 1973 - e teatro, luogo di maggior successo. A fine decennio è la volta dell’impegno politico. Dal 1987 al 1996 è Segretario della Lega Piemont, membro del Parlamento Europeo dal 1994 ed Assessore della Giunta di Enzo Ghigo. Giuseppe Farassino conclude la carriera all’insegna del primo amore, la musica, da cui gli rendiamo omaggio. Ciao Gipo!


Sheela Naidu - Torino

 

 

 

Si conclude all’Hiroshima di Torino "Shape of the broken herat", primo tour dell'artista francese in vetta alle classifiche internazionali con "You will never know" e "Shape of the broken heart". 

Passata dalle passerelle alla musica, Imany - classe '79 -, inizia la carriera musicale a 27 anni. Nativa dell isole Comore come racconta durante il live , accomapagna il suo spettacolo parlando al pubblico e raccontando la storia dei brani popostii: "I lost my keys", "Kisses in the dark", "Y W N K", "Where have you been", "Bohemian", "Lately", "Slow down", "Grey monday", "Pray for help", "Medley", " Seat with me", "Take care", "Mercedez", "Please and Change", "I've gotta go", "T'es beai, "Shape of the broken the broken heart". 

 

Imany instaurare con naturalezza un'atmosfera confidenziale con quanti la ascoltino da sotto al palco ed è soul come la sua musica: classe con semplicità. Copricapo rosso e schizzi brillanti, camicia bianca, colletto blu, jeans e sneakers. Si presenta on stage in modo garbato e sobrio ma chiarendo senza sforzo la ragione del rapido successo. Permea tutto: la voce profonda non necessita altro per palesarne il talento.

 

 Un timbro d’impatto e melodia, che passa sotto al pavimento per scuoterlo ed ondeggiare da una parte all’altra gli spettatori. Tutto il concerto è come il momento di risalita verso galla, dopo un tuffo al mare.

 

Il tour dà il nome all'album di esordio in uscita lo scorso luglio. "Shape of the broken heart" si conclude a Torino, dopo essere approdato in Italia ad inizio del mese con Misica '90. Ettore Caretta, tour manager,  si dice soddisfatto del concerto e del successo riscosso in Italia. 

 

Sheela Naidu - Torino

 

 

Sarah Gillespie si è esibita al Folkclub di Torino in occasione della rassegna musicale “Radio Londra”, che nasce dall'iniziativa del batterista torinese Enzo Zirilli, trasferitosi a Londra dieci anni fa, e che da cinque anni collabora insieme al FolkClub e Maison Musique.

 

Radio Londra” vuole far conoscere al pubblico torinese gli artisti inglesi che non passano per i grandi canali di distribuzione, organizzando mensilmente con la collaborazione di Davide Valfrè e Paolo Lucà un concerto che porti po' del panorama musicale londinese a Torino.

 

Per anni ho suonato con musicisti eccezionali che non ho mai visto comparire nei cartelloni italiani, e ho deciso così di portare a Torino artisti inglesi per abituare la gente a scoprire nuova interessante musica che si trova a solo un'ora e mezza di aereo ma di cui si conosce poco”, ci racconta Enzo Zirilli, spiegandoci come la rassegna sia uno sguardo a trecentosessanta gradi, che tocca molte generazioni coinvolgendo artisti dai 18 ai 70 anni. Il nome vuole dare ai concerti la valenza di informazione del mezzo radiofonico, una sorta di finestra sul panorama musicale inglese.

 

Sarah Gillespie è senza alcun dubbio una scoperta più che felice. La giovane cantautrice anglo-americana è un vero “vulcano” di bravura ed energia. Sarah ha una voce dalla potenza che conquista, un carattere forte dalla solarità che affascina, e questo traspare con chiarezza durante la sua esibizione dal vivo.

 

In questa occasione è accompagnata da Zirilli e dal bassista inglese Ben Bastin e presenta il suo ultimo album “Glory Day” che uscirà in Italia il 16 dicembre per Egea Records. L'album, molto personale, è stato composto dopo la morte della madre di Sarah e il “giorno di gloria” vuole appunto essere una celebrazione alla sua vita.

 

Sarah è un'artista a tutto tondo, con una forte conoscenza della tradizione popolare e musicale inglese e americana, e viene da una formazione letteraria e filosofica, è pittrice ed è molto impegnata politicamente, scrive infatti per alcuni siti di news su molte tematiche politiche e sociali.

 

Tutti questi aspetti confluiscono nella sua musica, che spazia dal blues al rock-folk con dei testi dalla forte valenza letteraria, composti infatti con molta cura ed attenzione. I racconti cantati da Sarah sono un connubio tra autobiografismo e sguardo critico verso il mondo, molti episodi, come quello di “The Soldier Song”, brano nato dalla conversazione che Sarah ebbe con un ragazzo che stava per partire per l'Afghanistan per l'esercito Britannico.

 

Dolcezza e potenza si alternano lungo il concerto, e l'estensione vocale di Sarah emerge ulteriorimente nell'esibizione live, ne sono esempio “Million Moons” e “How the mighty fall”.

 

Non sono mancati brani miliari del blues: dalla canzone anonima che ha caratterizzato la tradizione blues di inizio Novecento “St. James Infirmary Blues”, alla toccante reinterpretazione di “Nobody knows you when you're down and out”, resa famosa dall' “imperatrice del blues” Bessie Smith; vista la tragica morte a cui andò incontro la cantante, vittima delle discriminazioni razziali, questa è stata inoltre occasione per ricordare ed onorare la memoria di Nelson Mandela.

 

Sarah Gillespie, acclamata con molto entusiasmo dalla critica, è stata paragonata a molti artisti, da Joni Mitchell a Bob Dylan, ma lei rivendica la sua forte personalità e la volontà di creare un progetto tutto suo. Emozioni e sensazioni si mischiano alle tematiche più sociali e politiche, Sarah infatti pensa che attraverso la bellezza e il pathos creato dalla musica si possa raggiungere un'empatia tale da creare una forte compassione nel pubblico, per farlo riflettere ed emozionare.

 

Corinne Chinnici, Torino.

 

Il 5 dicembre il Folkclub di Torino è stato teatro di un'importante iniziativa e ha visto esibirsi cinque artisti in occasione del “Light of Day”, una fondazione nata tredici anni fa nel New Jersey che, attraverso l'organizzazione di concerti in tutto il mondo, raccoglie fondi per la ricerca contro il morbo di Parkinson. Apre questa serata all'insegna della musica italiana e internazionale l'emergente Rob Dye, che propone brani folk-rock inediti.

 

Insieme agli americani Guy Davis, Jesse Malin e Joe D'Urso si è esibito Eugenio Finardi, con la sua chitarra acustica, insieme a Giovanni Maggiore, chitarra elettrica, con il quale condivide una forte intesa musicale ed affettiva. Finardi reputa l'iniziativa non solo nobile e meritevole ma anche una bella occasione di condivisione con altri artisti.

 

Finardi è particolarmente legato alla città di Torino, dove risiede la sua band e dove ha anche registrato il suo ultimo album “Fibrillante” che uscirà a gennaio ed è molto legato al Folkclub dove, circa vent'anni fa, si esibì da solo per la prima volta dopo gli anni Settanta.

 

Dopo “Le ragazze di Osaka” Finardi regala un momento particolarmente intenso con “Dolce Italia”, brano scritto nel 1987 che celebra la primavera e il calore dell'Italia in contrapposizione ai lunghi inverni del Massachusetts: “In Italia, oh dolce Italia, la gente è più sincera, la vita è più vera” in un momento come questo sono parole forti e commuoventi da ascoltare, che sembrano riferirsi ad un mondo nostalgico e mitologico per quanto stridono con la percezione che abbiamo oggi del nostro Paese.

 

Segue “Nuovo Umanesimo”, la canzone più recente della serata, scritta due anni fa con Max Casacci: “è il filo rosso che lega tutto quello che ho scritto. Sono tornato ad occuparmi di ciò che è intorno a me”. Finardi parla di un “nuovo Medioevo”, dopo i gloriosi anni Sessanta e Settanta, gli anni della conquista di molti diritti ed emancipazioni in cui “c'era l'idea che il futuro sarebbe stato un eterno progresso”. Un brano che con fermezza afferma che è necessario che il ruolo dell'essere umano ritorni ad essere centrale, contro le oscenità del potere economico.

 

Con “Estrellita”, un pezzo scritto metà in inglese e metà in spagnolo, Finardi racconta come da ragazzo, nel back porch della casa della nonna, si sia innamorato della sua “musica segreta”, il blues. Chiude la performance l'intramontabile “Extraterrestre”, eseguita con una carica e una passione a cui è impossibile resistere.

 

La seconda parte della serata lascia da parte le atmosfere più intimistiche per dare spazio a Guy Davis, Jesse Malin e Joe D'Urso, uno dei fondatori della “Light of Day Foundation”, accompagnati dalle tastiere di Derek Cruz . Un concerto molto particolare perché ogni artista si esibisce individualmente accompagnato dagli altri due, creando così una sorta di “band” in cui spiccano però evidenti personalità legati da una forte empatia musicale.

 

L'energico blues di Guy Davis, il rock-folk di Jesse Malin e il rock'n'roll di Joe D'Urso si combinano dando vita ad una serata in cui passione e divertimento sono le parole chiave. Il pubblico abbandona le sedie per lasciarsi coinvolgere in uno spettacolo dai tratti quasi teatrali e caratterizzato da un'allegra convivialità; ne è esempio “Little Red Rooster” di Guy Davis, in cui gli spettatori accompagnano il brano imitano cani che abbaiano e ululano a tempo di musica.

 

L'incasso della serata, sottratte le spese amministrative, è stato interamente devoluto alla “Light of Day Foundation”.

 

Corinne Chinnici, Torino.

 

 

I Dire Straits Legends non possono essere inseriti in una categoria specifica e per questo si definiscono una “concept band”, evitando assolutamente di essere etichettati come un gruppo cover. Il musicista romano Marco Cavaglia, insieme a coloro che sono stati l'anima musicale dei Dire Straits, ha deciso di creare un gruppo per celebrare e riproporre la carriera della band.

 

Nonostante non si sia raggiunto il sold-out il Teatro Colosseo di Torino è ghermito di gente ma si respira una certa nostalgia; sono pochi i giovanissimi: di certo non è segno di mancanza di passione ed entusiasmo da parte del pubblico presente, ma sottolinea l'inesorabile cambiamento del modo in cui le nuove generazioni si approcciano alla musica e allo spettacolo che offre.

 

Insieme a Phil Palmer (chitarra), Mel Collins (sax), Pick Withers (batterista originario dei Dire Straits), Jack Sonni (chitarra), Danni Cummings (percussioni), ad indicare la natura internazionale del progetto, ci sono altri due italiani: Primiano di Biase (tastiere) e Maurizio Meo (basso). 

 

Lo spettacolo proposto ripercorre la carriera dei Dire Straits dagli esordi, dedicandosi particolarmente a “Communiqué”, “Making Movies” e “Brothers in arms”, i tre album che hanno scandito la loro evoluzione artistica e il loro crescente successo. Non sono mancati gli omaggi ai celeberrimi assoli che hanno da sempre caratterizzato lo stile del gruppo.

 

“Tunnel of love” dà il via ad un trittico che lascia senza fiato: il romanticismo sognante di “Romeo and Juliet” con un assolo finale di sax veramente “da brividi sulla schiena”, seguito da “Sultans of swing”: “stand up and dance” urla Pick Withers per incitare il pubblico ad avvicinarsi al palcoscenico per dimenticare la formalità del teatro e iniziare a ballare.

 

L'atmosfera così empatica ha reso difficile la conclusione del concerto, Marco immortala euforico il momento filmando la folla con il suo telefonino. Conclude le due ore e mezza di spettacolo un bis carico di energia: “Telegraph road” e le intramontabili “Money for nothing” e “Solid Rock”.

 

Nonostante sia a tratti difficile non sentire il peso dell'assenza di Mark Knopfler, che ha conferito una certa unicità allo stile del gruppo tramite il suo leggendario modo di suonare la chitarra, Dire Straits Legends è un progetto interessante per la sua peculiarità e capacità di offrire uno show estremamente godibile dedicato ad un capitolo importante della storia della musica.

 

Corinne Chinnici, Torino.

Titolo: Psycho killer. Omicidi in Fa maggiore

Autore: Ezio Guaitamacchi

Editore: Ultra

Collana: Ultra Novel

Data di Pubblicazione: Ottobre 2013

ISBN: 8867760327

ISBN-13: 9788867760329

Pagine: 253

Reparto: Narrativa > Thriller

Formato: rilegato

 

Alla Feltrinelli di Piazza CLN di Torino, martedì 3 dicembre assistiamo alla presentazione di “Psycho Killer – Omicidi in fa maggiore” di Ezio Guaitamacchi.

Primo rock thriller italiano ambientato a Milano nel periodo della scomparsa a Londra di Amy Winehouse, è la storia della "morte" dell’ufficio stampa più potente del panorama musicale e sui cui indaga l’ispettore Molteni.

La presentazione avviene in stile living book, con l’autore che alterna momenti di lettura ai suoni di chitarra, accompagnato da due voci importanti: Brunella Boschetti e Tommy de le “Perturbazione”.

Già scrittore di rock star decedute, "Delitti rock" del 2010, chiediamo a Guaitamacchi, se l’affascini la cronaca nera. Sottolineando la distanza dal macabro, il giornalista esterna, invece, la passione per il giallo, che vuole restituire in chiave narrativa, ricorrendo alla fantasia e ai dettagli storiografici.

Sheela Naidu - Torino

E’ lo shocking rosa che sfonda il ledwall del palco e che punta diritto al pubblico. Volto in ombra, microfono sull’asta, band ed electro sound per cantare di amori, quotidiani scambi sui social network, storie di studenti universitari e dei pariolini degli esordi.

Niccolò Contessa, leader de i Cani, esprime così il “glam” del nuovo album, uscito lo scorso ottobre. Al termine dello spettacolo gli domandiamo se Glamour – titolo del lavoro- stia nelle sonorità oppure in un brano simbolo.

 L’artista sottolinea si tratti di un’idea, un concetto: il mito con cui è cresciuto. Contessa si pone spigoloso, forse perché stanco o disturbato dalla modalità con cui lo avviciniamo. Con cortesia, l’opportunità è concessa dal suo management ma genera da un’imprecisione organizzativa dello stesso.

 L’incontro non ne trae giovamento, pone noi a disagio ma resistiamo! Unica osservazione è che il leader non sembra cogliere nel quesito, l’interesse per l’album.

Tipico stile Contessa per le sedici proposte in scaletta: “Nabokov”, “Impiegato”, “Hipsteria”, “Asperger”, “Trieste”, “Paiolini”, “Twee”, “Coppie”, “Pranzo”, “San Lorenzo”, “Post Punk”, “Sfortuna”, “Artista”, “Introduzione”, “Valletta”, “Lexotan”.

Il pubblico salta e si dimena, accompagnando così i musicisti sul palco fino al termine dello spettacolo, in un live che convince.

Un grazie all’Hiroshima e allo staff impeccabile.

Sheela Naidu - Torino

 

Quando i Sigur Ròs salgono sul palcoscenico non si può parlare meramente di “concerto” o “spettacolo”, ma di una vera esperienza trascendentale, e di certo non si esagera a definirla tale. Se l'ascolto dei loro album è in grado di immergere l'ascoltatore in una realtà indefinita, la loro esibizione dal vivo diventa un concreto viaggio in una sorta di inconscio collettivo, nel proprio cuore e nella propria mente.

All'inizio degli anni Novanta i Sigur Ròs hanno iniziato a scrivere un nuovo capitolo della storia musicale, avvolti da tutto il mistero e la bellezza delle lontane terre islandesi. Il cantante Jonsi ha reso la sua voce un vero strumento musicale, impalpabile come la lingua di molte loro canzoni, l'hopelandic, una sorta di esperanto in cui le parole si fanno suoni iridescenti a cui è possibile dare più significati.

 

Il concerto alla Wembley Arena si apre con lo un elettronico shoegaze (sottogenere musicale dell'alternative rock) della band islandese Break Horses, una scelta che si inserisce perfettamente nel clima della serata. Il concerto avviene dietro ad un tendone, e Maria Lindén si muove come un'intrigante ombra cinese incantando con la sua voce profonda e sensuale.

 

Sigur Ròs iniziano il loro concerto con “Yfirborð”, brano tratto dal loro settimo album “Kveikur, un lavoro dalle sonorità più rock ed elettroniche rispetto ai lavori precedenti. Il gruppo è circondato da dei tendoni su cui vengono proiettate immagini “pulsanti” e confuse: il dettaglio di un polmone che sembra trasformasi poi in una strana creatura marina, mentre dei laser creano delle nuvole danzanti sul pubblico.

 

Ai battiti in apertura a “Brennisteinn” le tende cadono in un'esplosione di luci. Non c'è tempo per abituarsi, fin dall'inizio si è avvolti e coinvolti in uno spettacolo in cui giochi di luce e melodia si sposano perfettamente. La visual art riveste infatti un ruolo decisivo nel loro spettacolo, aumentando considerevolmente l'effetto ipnotico delle loro canzoni: le luci e le immagini proiettate durante l'esibizione sono curate scrupolosamente, e il pubblico non può far altro che abbandonarvisi in una sorta di trance.

 

Non potevano mancare le intramontabili “Glósóli, “Sæglópur” e “Hoppipolla, in cui l'insieme di archi e fiati presenti sul palco risaltano ancora di più, se possibile, la voce di Jonsi, avvolto da una pioggia di luci che sembrano danzare intorno a lui; sembra quasi una creatura della mitologia nordica, con quell'aspetto longilineo e un po' elfico, mentre con forza dà nuova espressione alla chitarra pizzicando le sue corde con un arco di violoncello. Il suono della sua voce in falsetto risuona in modo quasi irreale nei momenti in cui si esibisce a cappella, tenendo il pubblico appeso ad un filo.

 

Il concerto si conclude con “Popplagið”, brano tratto dal loro album più emblematico “( ), un vero libro bianco in cui ognuno può scrivere la propria storia. Quella dei Sigur Ròè stata spesso definita come una musica eterea, il loro genere come art rock: è chiara la connotazione fortemente emotiva, artistica e sperimentale della loro espressione artistica. Senza dubbio la band islandese non è di facile ascolto, e necessita di una certa sensibilità per essere accolta come dovrebbe, ma non appena si riesce ad aprire la propria mente a tale esperienza, ci si rende conto della sua potente ed inimitabile bellezza.

 

Corinne Chinnici, Torino. 

 

 

 

Prego, lasciate i cappotti in ingresso, ladies and gentlemen, gli Shakatak vi aspettano in the club! Questa l’ambientazione virtuale del loro live al Blue Note: entrano col botto, come stappando una bottiglia di champagne, solo grande musica, quella che suonano da sempre.

Ripercorrono in un paio d’ore la loro strabiliante carriera di più di venti album, che li ha portati al successo per oltre trent’anni. Così il pubblico raffinato del Blue Note si gusta pezzi come ‘Night Birds’, ‘Easier said than done’, ‘Emotionally Blue’ con una pulizia di suono da album studio.

A metà concerto arriva anche il momento più squisitamente jazz, con i soli membri originali della band sul palco, che fa distendere e sognare un cielo blu di stelle, prima che gli assoli di basso e batteria mettano il “turbo” alla serata, con un ritmo che a momenti fa ballare perfino le sedie.

Grandi musicisti sicuramente e con un feeling unico sul palco, specialmente fra Bill Sharpe, tastierista, e Jill Saward, voce, percussioni, flauto traverso e presenza scenica da vendere, che durante le presentazioni della band, improvvisano pure un siparietto di gesti e battute in stile British humour che fa intuire una complicità artistica di lunghissima data, tale da emozionare il pubblico quasi quanto le loro stesse canzoni.

Chiudono strizzando gli occhi agli anni ’80 con un medley in cui si riconoscono la loro ‘Down on the streets’ mixata ai ritornelli delle cover più famose che hanno fatto ballare il mondo dagli anni ’80 in poi. E il pubblico può davvero lasciare la sala ma…ladies and gentlemen, non dimenticate i vostri cappotti!

Pier Cesaratto, Milano

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