Rocken e Emporio Malkovich hanno organizzato nel verde degli impianti sportivi di Sommacampagna (Verona) un bel festival di due giorni all’insegna del miglior rock indipendente italiano.
Il compito di aprire le danze la prima sera è toccato a Edda - al secolo Stefano Edda Rampoldi - ex cantante dei Ritmo Tribale, che dopo aver tagliato i ponti col mondo della musica per qualche anno è tornato a far parlare di sé, prima attraverso il suo canale su You Tube, e poi con due album interessanti licenziati dalla Niegazowana Records - Semper Biot (2008) e Odio I Vivi (2012).
Edda sul palco è accompagnato da due validi musicisti - Alessandro “Asso” Stefana alla chitarra e Stefano di Gennaro alla batteria e effetti vari. Si pone in modo semplice e autoironico, senza prendersi minimamente sul serio. Canzoni come Milano, Emma, Odio I Vivi e Topazio - dotate di testi molto personali e criptici - dal vivo sono risultate maggiormente arrangiate rispetto alle loro versioni in studio, con un impianto decisamente rock.
L’atto principale della serata è stato degli Uzeda - band catanese attiva dal finire degli anni ottanta - che suona un noise rock che non ci si aspetta da un gruppo italiano. La formazione comprende Giovanna Caciola alla voce solista, Raffaele Gulisano al basso, Davide Olivieri alla batteria e Agostino Tilotta alla chitarra. L’impatto sonoro della band è decisamente imponente, con una chitarra distorta e rumorosa sorretta da una sezione ritmica incalzante e precisa, tipica del genere math rock a cui gli Uzeda appartengono. E’ sembrato di sentire la rumorosità dei primi Sonic Youth sorretta dall’impostazione e dalla potenza ritmica dei Led Zeppelin. Bello l’incessante dialogare tra basso e chitarra, con la voce di Giovanna Caciola che, ulteriore strumento, interagiva con la chitarra o semplicemente impreziosiva la ruvida base strumentale.
Si è trattato di una bella serata, che ha proposto due realtà che da anni sono esponenti del migliore rock indipendente italiano. Non certo tra le più conosciute del panorama musicale nazionale, ma di sicuro valore e originalità.
Nicola Ghidini, Verona
Il Boss è tornato - dopo la storica data del 1985 - a calcare per la quarta volta il palco di San Siro, stregando settantamila persone adoranti che gremivano gli spalti.
La curiosità era molta, perché l’ultimo lavoro in studio di Springsteen - Wrecking Ball - ha destato l’interesse di appassionati e critica; ma soprattutto perché si tratta del primo tour in cui la E-Street Band non può contare sulla potenza di polmoni e sulla presenza scenica del Big Man - Clarence Clemmons - sassofonista della band e amico fraterno del Boss.
Le attese sono state soddisfatte, perché Springsteen è un performer eccezionale che si dona completamente al suo pubblico. Sa commuovere cantando di sofferenza e speranza con canzoni come We Take Care Of Our Own, My City Of Ruins, Jack Of All Trades, Waitin’ On A Sunny Day, Land Of Hope And Dream, The Rising, dedicate alle persone colpite dalla crisi economica mondiale e dai recenti terremoti. Sa divertire accogliendo una bambina sul palco a cantare. E sa dare la carica e far ballare settantamila persone sulle irresistibili note rock dei suoi grandi classici suonati con veemenza dalla E-Street Band: Spirit In The Night, Darkness On The Edge Of Town, The River, Born In The USA, Born To Run, Hungry Heart, Dancing In The Dark, Tenth Avenue Freeze Out, Glory Days.
Il concerto è stato epico, nonostante un’acustica non eccezionale che dopo qualche canzone è andata migliorando. E’ durato tre ore e quaranta circa, sfiancando un pubblico in delirio che ha cantato e ballato con l’indomabile sessantaduenne Bruce. Una cavalcata di trentatre canzoni, senza interruzioni, chiusa dal classico del rock and roll Twist And Shout che ha riportato tutto e tutti a casa.
Nicola Ghidini, Milano
A fare da cornice al concerto di una delle più belle pagine della musica italiana degli anni zero c'è il Piazzale del Verano a Roma: l'occasione è la rassegna musicale Supersanto's – San Lorenzo Estate, manifestazione romana che cresce di anno in anno.
Dente si fa attendere, come tutte le cose belle: arriva sul palco alle 22.30 e apre il concerto con "Cuore di pietra". Lo spettacolo è iniziato di fronte ad un pubblico che, come Dente stesso lo definisce "sembra un pubblico da concerti veri".
Di gente ne è accorsa tanta ed è stato bello vedere che la maggior parte non fosse lì per caso. Tra le battute di spirito e gli scambi con la gente che fanno trasparire le doti cabarettistiche del cantautore di Fidenza, si susseguono i brani più belli del suo repertorio.
Ripercorre la sua carriera presentandoci non solo i brani dell'ultimo disco "Io tra noi" tra cui "Saldati", "Giudizio Universatile" e "Piccolo Destino Ridicolo" ma anche gli storici "Baby Building", "La Battaglia delle Bande", passando da "Quel Mazzolino", "A me piace Lei", "Sempre Uguale a Mai", la riuscitissima cover dei Diaframma "Verde" e "La Cena di Addio".
Con il cielo di Roma a farci da tetto non poteva non dedicarci "Stella", uno dei momenti più belli della serata.
Brillano gli occhi quando accenna alla chitarra l'intro di "StrawberryFieldsForever" dei Beatles, peccato sia solo un assaggio che lascia l'amaro in bocca.
Lascia il palco ma questa volta non si fa attendere: riesce per il bis mettendo in fila "Buon appetito" e "Beato me" ma è con la promessa d'amore "Vieni a vivere" che ci lascia definitivamente senza parole.
Viene spontaneo alzare gli occhi al cielo e notare che, nonostante le luci di Roma, le stelle brillavano ancora di più.
Azzurra Funari, Roma
Un concerto, un evento. Il blues di Folco Orselli, cantautore e musicista classe 1971 è andato in scena al Lucky Actors di Milano, per una serata di grande atmosfera che ha saputo ricreare le emozioni e le suggestioni tipiche dei grandi jazz club internazionali.
Luci soffuse, improvvisazione, musica dal vivo (grazie anche alla presenza al pianoforte del collega e amico Vincenzo Messina) e una voce calda e appassionata, per un live concert che ha riproposto alcuni delle più belle canzoni di Orselli, molte delle quali tratte dal suo ultimo album Generi di conforto, uscito il 14 novembre scorso.
Nel disco, realizzato in totale libertà creativa insieme allo stesso Messina in veste di arrangiatore e co-produttore artistico, si scorgono le sonorità tipiche delle pellicole d’altri tempi, da Sergio Leone ad Alfred Hitchock, caratterizzate da straordinarie colonne sonore in cui le orchestre d’archi giocavano un ruolo fondamentale.
Dieci tracce “di conforto” che avvolgono come un abbraccio, come il tepore di una coperta sotto cui rifugiarsi quando fa freddo, come un caffè sorseggiato in pieno e totale relax. Si va dalla poesia de “La Ballata di Piazzale Maciachini” all’intimistica “Macaria”, alla musica raffinata di “In equilibrio (cadendo nel blues)”. Ogni canzone cela storie, personaggi, vite vissute, sogni e desideri, disegnando un intreccio paragonabile ad una vera e propria poesia di strada divenuta musica.
Il disco si avvale della partecipazione dell’Orchestra Cantelli e di eccellenti musicisti: Stefano Bagnoli (batteria), Marco Ricci (contrabbasso), Vincenzo Messina (tastiere), Giorgio Secco (chitarre), Pepe Ragonese e Daniele Moretto (trombe), Luciano Macchia (trombone), Valentino Finoli (sax). Autoprodotto da Orselli per la neonata etichetta Muso Records, l’album riproduce in copertina due opere inedite del pittore Renzo Bergamo scomparso nel 2004, tra cui un ritratto dello stesso Folco.
Veronica Monaco
È da poco uscito un album che è anche inchiesta giornalistica. Mai titolo fu più appropriato: Anestesia totale, quella in cui è caduto il mondo dell’informazione in Italia, alla prese con un elettrocenfalogramma ormai prossimo all’appiattimento.
Scritti prevalentemente a partire dall’omonimo spettacolo teatrale di Marco Travaglio e Isabella Ferrari, i testi dell’album raccontano con piglio, a tratti cinico a tratti ironico, la desolante situazione socio-politica italiana, alle prese con un’informazione spesso asservita e manipolata.
Composti e arrangiati dal musicista Valentino Corvino (che ha già collaborato con Travaglio nel suo primo spettacolo teatrale Promemoria), i dodici brani inediti inseriti mescolano sapientemente note musicali e giornalismo, andando a toccare con forza e immediatezza i nervi scoperti di quel substrato mediatico e dis-informativo del giornalismo italiano, ormai patologicamente infetto.
Al progetto hanno partecipato anche alcuni dei più importanti artisti del panorama musicale italiano, che hanno prestato la propria voce ad alcune delle canzoni del disco, da Lucio Dalla e Marco Alemanno a Franco Battiato e Luca Madonia, da Antonella Ruggieri a Paola Turci, da Daniele Silvestri a Simone Cristicchi, oltre a Caparezza, Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, Nabil Salameh.
Ad anticipare la pubblicazione del concept album, è uscito in anteprima il singolo Il cane scritto e interpretato da Simone Cristicchi, sintesi intensa e incisiva del tema portante del disco. E invece sono nato cane/ Cane da riporto/ Le ginocchia ormai cicatrizzate/ Per le volte che mi sono inginocchiato /Ad obbedire.
Eccolo riassunto il lato oscuro del giornalismo, quello che abbandonato il ruolo “watchdog” del mondo politico ed economico, ne diventa servo e faccendiere. Autori del testo anche Marco Travaglio e Valentino Corvino, il quale ha inoltre composto e arrangiato la musica, eseguita da C_Project e Vu_Orchestra.
Veronica Monaco
Napoli. Creatività, simpatia e costante ricerca musicale sono il mix esplosivo che caratterizzano i Panda Rey, band acustica napoletana che ripropone in una chiave originalissima i brani più belli della storia della musica internazionale ed italiana.
Capita così che alcuni brani come “Paranoid Android” dei Radiohead, “Englishman in New York” di Sting, “ Sweet Child o' Mine” dei Guns'n'Roses, “Che coss'è l'amor” di Vinicio Capossela e “Guarda che luna” di Fred Buscaglione, vengano riarrangiati prendendo in prestito sonorità dai più vari generi musicali, spaziando dalla musica popolare al samba al jazz manouche, il tutto condito con una profonda impronta rock.
Merito dei quattro elementi del gruppo, Federica Mottola (voce), Nicola Manco (chitarra e mandolino), Federico Lauria (chitarre) e Augusto "Gibbone" Celeste (percussioni), che hanno scelto di arricchire il proprio set acustico con elementi come mandolino, metallofono, kazoo, nacchere, congas e zabumba, creando atmosfere sognanti e coinvolgenti.
Merito anche della location, la Scuola di Cinema di Napoli, centro di formazione per le arti ed i mestieri del Cinema e della Televisione diretto da Roberta Inarta e Carlo Picone, che hanno messo a disposizione spazi e attrezzature per dar vita ad uno spettacolo che difficilmente può passare inosservato!
Tutto scorre nelle notti napoletane, dove le arti si mescolano e la “Musica” è regina.
Isotta Burlin, Napoli
Cinque musicisti di estrazione completamente diversa, che spaziano dal jazz alla world music. Un attore-cantante in grado di percorrere in lungo e in largo l’infinita varietà di scale e di generi che la musica propone. Un palco, quello del Teatro Quirino, e una sala piena di spettatori che amano Fabrizio De André. Ecco gli ingredienti di Faber Musicae, spettacolo nato a Cosenza, nel Dipartimento Jazz del Conservatorio “S. Giacomantonio”, ed arrivato a Roma all’interno della rassegna Autogestito, dedicata al teatro indipendente e giunta alla sua terza edizione.
Uno spettacolo, questo, in cui De André viene completamente stravolto, non solo nella forma - che qui si manifesta con la formula del teatro-canzone, simile alla tipologia di spettacolo prodotta da Marco Paolini e i Mercanti di liquore, con Song n. 32 (concerto variabile) - ma anche nella sostanza, mescolando il jazz alla tarantella, i ritmi latini a quelli orientali, e spaziando dunque in una varietà di generi tale da sconvolgere completamente l’assetto delle canzoni così come lo conosciamo.
Il risultato è travolgente e lo si scopre fin dal primo brano, Un giudice, introdotto dalla voce potente di Alessandro Castriota Scanderbeg, e dove un’impostazione di matrice chiaramente jazzistica lascia spazio a ritmi popolari nel corso del brano, grazie all’apporto del tamburello e dell’assolo finale di chitarra. Da subito è chiara la capacità del gruppo di mescolare sapientemente diversi generi, coinvolgendo il pubblico in un crescendo di stili e linguaggi diversi. E così il concerto continua: una volta è il sassofono di Nicola Pisani - anche arrangiatore dei brani - a introdurre Volta la carta, una volta il contrabbasso di Carlo Cimino ad aprire La canzone di Marinella. Nel brano la fa da padrone il tamburello di Checco Pallone, che produce l’effetto sonoro di una batteria suonata con le spazzole. La chitarra di uno straordinario Massimo Garritano chiude il brano, prima di proporre un’originalissima versione di Creuza de ma. Struggente e bellissima, totalmente acustica e suonata senza il supporto di altri strumenti, quest’ultima la si riconosce solo dopo più di un minuto, quando rivela i passaggi musicali più familiari nascosti in un brano ricco di fantasia e interpretazione.
L’atmosfera malinconica viene stemperata da un pezzo ben più energico: Don Raffaè. Seguono poi la prima versione di Bocca di rosa, quella sottoposta a censura per la critica esplicita a “sbirri e carabinieri”, che “al loro dovere vengono meno”, e Il bombarolo, il più scenografico - teatralmente parlando, per travestimenti, intermezzi, introduzione - dei brani della serata.
Il pescatore è una canzone che scalda l’atmosfera, e anche questa volta non tradisce il suo ruolo. Arrangiamento che parte da quello storico della PFM, ma modificato in chiave jazz, riscuote un altissimo gradimento tra il pubblico, che dopo le presentazioni della band e gli applausi di rito, resta ancora in sala per assistere all’ultimo pezzo, S’i fosse foco, che vede finalmente protagonista il violinista Piero Gallina.
Distaccarsi in modo così netto dagli storici arrangiamenti della PFM è una scelta coraggiosa e complessa. Questa band dimostra, con questo Faber Musicae, di esserci riuscita alla perfezione, dando vita a un De André completamente nuovo, impossibile da non apprezzare.
Veronica Adriani, Roma
Ci sono concerti talmente ricchi da non poter essere riassunti in poche righe. Se avvengono in location particolarmente suggestive ed ospitano artisti d’eccezione, poi, la difficoltà aumenta. Il concerto di Colapesce è tra questi. Non solo a far da cornice era lo splendido Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, ma sul palco c’era anche una guest star dotata di un carisma e di un talento invidiabili: Mauro Ermanno Giovanardi, storica voce dei La Crus.
Il concerto si apre con il romano Lorenzo Lambiase, che propone brani dal suo recente Lupi e vergini e dal precedente La cena. Nonostante una equalizzazione degli strumenti non perfettamente calibrata, la performance si svolge senza intoppi: i pezzi, godibili e ben strutturati, si susseguono con linearità, introdotti da brevi presentazioni. Per Le mani viene chiamata sul palco Nathalie, recente scoperta di X Factor. La performance della band si chiude con La grande rivolta, pezzo intenso e vibrante, dal testo decisamente attuale.
Colapesce entra praticamente al buio. Solo quattro luci al neon a fare da cornice, e attacca con Restiamo in casa. Le note lente si alternano al ritornello più ritmato, accompagnato dalle luci che si accendono e si spengono a intermittenza, illuminando a tratti lo scafandro che il cantante indossa sul finale. Parte Un giorno di festa, e poi Quando tutto diventò blu, che, dice il cantante, “parla di disoccupazione, è autobiografico”.
A Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, piace ridere. E così scherza, col suo accento siciliano, introducendo La zona rossa , un altro pezzo del suo ultimo album, Un meraviglioso declino: “Nel disco la canta Sara Mazo degli Scisma. Qui dovete accontentarvi di Vincent, è bravo anche lui”. E non smette di scherzare neppure quando, dopo una versione di La distruzione di un amore totalmente unplugged, lo raggiunge sul palco Mauro Ermanno Giovanardi.
Vero animale da palco, Giovanardi domina la scena. La sua voce, sempre intensa e potente, è supportata dalla chitarra di Andrea Romano: si alternano così Dentro me, Desìo, Hai pensato mai, e poi una splendida Satellite, a chiudere una prima parte del concerto. Perfetta la sintonia tra i due artisti, che tra una battuta e l’altra creano un show vivace e coinvolgente, che il pubblico apprezza visibilmente.
La band esce, ma rientra quasi subito richiamata dagli applausi. È il momento di S’illumina, I barbari, Bogotà: l’intimismo del disco esce notevolmente rinvigorito dalla dimensione live, in cui anche le classiche ballad prendono corpo e forza.
Prima della chiusura con Il vino, pezzo dei La Crus, per cui tornano sul palco Giovanardi e Romano, viene presentata la band: Vincent Migliorisi, Francesco Cantone, Giuseppe Sindona e Toti Valente, al suo ultimo concerto con Colapesce dopo dieci anni di collaborazione.
Una chiusura decisamente in grande, non c’è che dire.
Veronica Adriani, Roma
Napoli. Continuano gli appuntamenti dei giovedì universitari dell’Arenile di Bagnoli con la rassegna musicale “Make a choice” dedicata ad alcune delle più interessanti realtà della musica indie campana.
Ieri è stata la volta de Le Strisce, un gruppo di cinque ragazzi con la voglia di raccontare se stessi ma soprattutto lo spaesamento della generazione del nuovo millennio che non ha più punti di riferimento e che è stanca delle risposte parziali.
Una serata dedicata ai giovani stanchi di reggere il continuo confronto con i mostri sacri del passato come cita il brano “Fare il cantante”. Ormai siamo in una nuova era, bisogna lasciare spazio a chi vuole imparare a volare e, se possibile, si vorrebbe avere qualcuno che riuscisse ancora a credere che i ragazzi del 2000 siano in grado di spiccare davvero il volo verso un futuro nuovo e tutto da scoprire e che non vogliono solo stare davanti ad Internet proprio come cantano Le Strisce in “Resistete”.
L’energia e la freschezza di sonorità rock con richiami più tipicamente brit di “Chi cazzo sono le strisce”, “Niente da dire” ed “Io non sto bene” rimandano in più di un’occasione ai Kooks o alle frizzanti note dei Franz Ferdinand. Tantissimi giovani, anche stranieri, hanno partecipato con calore ed energia l’esibizione della band che, nel 2011 si è aggiudicata il premio Mogol nella semifinale di Sanremo Giovani per “Vieni a vivere a Napoli”, una sottile provocazione ed un invito a non credere ai pregiudizi, ormai stereotipati, che affliggono la reputazione di una città e del suo popolo.
Atmosfere più pop, con spruzzate motown accarezzano i testi di “La ballata del 6 piano” e “Marta”. “Pazzi e poeti” è il titolo del cd che Davide Petrella (voce), Andrea Pasqualini ed Enrico Pizzetti (chitarra), Raffaele Papa ( batteria) e Francesco Caruso (basso) hanno inciso con Emy Music Italy.
Proprio il titolo del loro ultimo lavoro racchiude il senso di una frase che, sempre più spesso i giovani artisti si sentono dire: “Vuoi fare l’artista? Ma sei pazzo?” Beh si, fare l’artista vuol dire anche mettersi in gioco, anche quando tutto sembra andare storto perché l’arte è anche follia, è uscire fuori dagli schemi ed è soprattutto libertà.
Raffaella Sbrescia, Napoli
Difficile inquadrare questi ragazzi della bassa Romagna, dalla verve travolgente e dal rock ironico e irriverente, diventati in poco tempo una delle più promettenti band della musica indipendente italiana. Un passato da giocatori di pallacanestro, la passione sfrenata per la musica, nomi alquanto curiosi, e una formazione a geometria variabile (il quartetto ha infatti visto di recente la nomina del trombettista turnista, David Jr. Barbatosta, al ruolo di “Aspirante Nobraino”, che va ad aggiungersi al cantante Lorenzo Kruger, Néstor Fabbri alla chitarra, Bartok al basso e Il Vix alla batteria) è quanto caratterizza la biografia dei Nobraino, band alla cui storia discografica si è aggiunto a marzo un nuovo, “prezioso” album.
Un disco prezioso, non solo per le sonorità e i testi grintosi e beffardamente originali, fedeli alla produzione del gruppo, ma anche per il nome che gli è stato dato: Disco d’Oro. Un nome importante, che rimanda alla tradizione dei dischi “mono-cromatici” del passato (il ricordo va ai beatlesiani White Album (1968), Red Album (1973) e Blue Album (1973), o al più recente Brown Album dei Primus del 1997), e che al contempo riflette lo spirito sarcastico e parodistico della band romagnola. Non a caso la scelta è caduta proprio sull’oro, metafora del bene rifugio (in tempi di crisi, non si sa mai!) e parodia del noto premio discografico.
Registrato nell'autunno del 2011 da Manuele Fusaroli, producer della scena indie italiana, per l’etichetta MArteLabel, il Disco d’Oro dei Nobraino è composto di 12 tracklist, che mixano sonorità dai ritmi decisi a musicalità più lente, sempre accompagnate da testi di grande ironia, che si lasciano ascoltare con il sorriso. Per la prima volta i Nobraino si lasciano andare alle manipolazioni dello studio, portando le loro canzoni a un'enfasi mai sperimentata prima. Tra le canzoni dell’album, il singolo “Record del mondo” ha scalato le classifiche della Indie Music Like, la classifica di gradimento delle 400 radio locali e web radio per i singoli in rotazione della musica indipendente ed emergente.
L'uscita discografica ha accompagnato anche il ritorno alle scene del gruppo, che da marzo ha iniziato a girare l’Italia, in un tour che mescola le canzoni del nuovo disco a quelle del vasto repertorio firmato Nobraino. La band sarà anche protagonista dell’esibizione del grande concerto del 1° maggio allestito a Piazza San Giovanni a Roma, edizione che quest’anno sarà condotta da Francesco Pannofino e Virginia Raffaele.
Veronica Monaco

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